Piccola premessa: da mesi e mesi e mesi e mesi (erano aaaaaaaanni cit.) non trovate più un resoconto, un rendiconto, una rece come scriverei se fossi un milanese del cazzo, insomma non siete più aggiornati riguardo la mappatura rock di Bologna City. C'è un motivo, essenzialmente che i luoghi deputati (Estragon e Covo, quelli-che-hanno-il-guardaroba) sono in una fase di stanca pazzesca e propongono merda purissima e distillata. Essendo i Luoghi Cittadini Istituzionali per eccellenza diciamo che non è un caso. E ora, qui si potrebbe iniziare un tanto interessante quanto noioso excursus su quanto Bologna sia “””””culturalmente””””” deperita lungo questi saliscendi di cazzo di quattro anni passati qui. Forse il problema è semplicemente che siamo invecchiati noi, noi non più di primissimo pelo, e che ci siamo abbandonati allo scorrere del tempo (mah, eppure i risvegli del sabato e della domenica mattina hanno gli stessi odori/sapori/dolori di ieri, forse anche di più). Nel caso specifico di questi due locali, oltre all'alta deperibilità di questa stagione bolognese, penso c'entri pure la recente concorrenza spietatamente apportata dal baldanzoso Bronson, sito nei dintorni di Ravenna, che sta vampirescamente succhiando giri e risorse al capoluogo di regione. Per dire, il gruppo che prima toccava quali date nel belpaesedistaminchia Milano-Roma-una al Sud-Bologna adesso fa Milano-Roma-se proprio gli piace l'Italia una al Sud-Ravenna. Visto che così a naso Ravenna mi è bastata ed avanzata in gita di primo liceo, con questo giochino ho evitato di cadere in tentazione rispetto a band che non valgono due ore (e x euro) del mio prezioso e disinibito tempo di una serata del weekend, ma mi sono anche perso la mia dose metadonica annuale di Art Brut e degli sproloqui di quel mito definitivo di Eddie Argos. Perdio, io ho bisogno di sentire qualcuno che dice cose a caso in un microfono e delira e si getta in mezzo al pubblico con fare da gigione. Visto che mi hanno privato di Antonio Cassano per un mese, ho bisogno di QUESTE cose, iar en' nau.
E così alla fine, per evitare il Fuorisede Mood dell'Estragon, cioè un programma che si ispira ai dettami del manuale Cencelli per quanto mensilmente puoi trovarci l'immancabile serata death metal, l'immancabile serata dell'anni '80 party, l'immancabile serata italianprovincial-indie cretino e fighetto alla Amari, l'immancabile serata from pujiese con Pizzica/Taranta/Folkettino oppure l'immancabile serata Hip Hop, con decurtazione tremenda delle proposte non dico innovative ma almeno decenti (una deriva che penso sia stata portata alle estreme conseguenze anche dal passaggio dalla vecchia adorabile officina dal tetto basso alla nuova locazione in culo al mondo ma con vista tangenziale) oppure per evitare un Covo che, boh, ci pare fossilizzato su una china Quiet Is The New Loud pulitina (a parte il pavimento che pare sempre ciancicato come una cingomma), senza fuoco e ardore ma in compenso con vagonate di autocompiacimento. Insomma, prima di rendermi conto di non poter riuscire a chiudere il periodo precedente, stavo per dire che alla fine inseguendo questa luce sempre più fioca della Live Muzik sono tornato allo stato di Matricola. Ovverosia, tornando a crederci e a bazzicare con più frequenza occupazioni, centri sociali, buchi sottratti al sottosuolo bolognese, periferie sonore varie, le quali con tutti i loro difetti mi sembrano nettamente più vive e con-qualcosa-da-dire-e-comunicare dei già citati. C'è da tornare a pasturare la base, come dovrebbe fare pure la Sinistra Arcobaleno.
Altra nota: scrivo di due concerti che ho visto una settimana fa, non ho avuto tempo di farlo prima e i ricordi sono svaporati.
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Diciamocelo, Mastella e Dini hanno provocato la caduta del governo Prodi perché sono fan degli Offlaga Disco Pax e, insomma, volevano provare il brivido di veder combaciare l'uscita dell'attesissimo secondo album con l'inizio di una campagna elettorale che sancisce la fine (anzi, la liquidazione definitiva) della sinistra italiana. Anticipo la mia idea: non è un caso che mentre due anni fa una roba come il Caimano coglieva perfettamente il senso di quelle disgraziate elezioni, oggi Bachelite (che aveva tutti i requisiti per diventare espressione di un sentire comune, e forse al di là dei gusti del sottoscritto può ancora esserlo) non riesca ad apparire incisivo, anzi in certi passaggi infastidisce pure. Diverso momento storico, diversa congiuntura politica, diverse aspettative, diversa resa?
Nostalgia per un passato mitizzato oltre il proprio effettivo valore ma decisamente formativo, estremo attaccamento alle ultime spoglie di un'ideologia che da Idea è già passata a Simbolo da Album delle Figurine e quindi contaminato irreversibilmente (someone said Uolter?), la Storia letta da quattro scalzacani che vivono alle estreme (...) propaggini dell'impero sovietico, soprattutto le dosi massicce di (auto)ironia, questi erano gli ingredienti che due anni fa resero adorabile (credo non esista aggettivo più adatto) Socialismo Tascabile (prove tecniche di trasmissione), l'esordio dei tre reggioemiliani di Cavriago.
Ascoltato quella decina di volta, il problema di Bachelite non sta tanto nelle marcette elettroniche che anzi sembrano più elaborate, ma nei testi e nell'aria che si respira. E' pure prodotto in maniera strana, con la voce costantemente bassa e alle volte scarsamente percepibile, ma non prendiamoci per il culo: il cuore degli Offlaga sono i testi e uno li ascolta e sopporta loop di Moog portati all'estremo per la specifica funzione che essi facciano da tappeto sonoro delle vicende narrate con la consueta cadenza emiliana da Max Collini.
Che i testi siano diversi da quelli agrodolci di ST è indubbio. Non nego che potrebbe anche essere un problema mio, di come la vivo io, ma l'upgrade verso una maturità politica più espressa non mi pare riuscito. Prendo ad esempio Ventrale, nel quale si narrano le eroiche gesta del saltatore in alto Vladimir Yashchenko, metafora dell'ultimo nostalgico (dello stile ventrale) in un mondo (sportivo) che andava avanti. Le citazioni di Walesa, dei laburisti, di Javier Sotomayor cosa sarebbero? Tentativo di riportare alla mente la politica internazionale dei blocchi contrapposti? Noi che da bambini figli della falce e del martello tifavamo per tutti quelli oltre la cortina di ferro? Bah, se fatto in una simpatica sciocchezzina come Robespierre è decisamente fico, così suona invece un po' eccessivo, come quelle cose che tiri troppo in là col tempo. Un'altra metafora, stavolta in chiave crostacea, è contenuta in Fermo! ma non attacca e la canzone è davvero brutta e triste come quei luoghi tra l'Umbria e le Marche. Il pezzo più controverso è senza dubbio Sensibile, che ascoltai un po' di tempo fa al TPO rimanendo decisamente colpito. La storia di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, il ragazzo più sensibile che abbia mai conosciuto, è raggelante ora come allora, come raggelante è lo sdoganamento e anzi talvolta pure il revisionismo sulle eroiche gesta del terrorismo nero negli anni 70-80 che c'è in giro, ma la pappardella sul neosensibilismo (con annessa frecciatina risparmiabilissima ai Disciplinatha) suona come una predica da un altare, una lezioncina non richiesta, un prendersi sul serio eccessivo per un gruppo in fondo dal cuore leggero come gli Offlaga. Non che gli ODP debbano essere solo bambinoni mai cresciuti alle prese con i propri giochini citazionisti, eh. Ma così è troppo da concertone-del-primo-maggio, quella parte lì di Sensibile è troppo facile e per nulla arguta. Forzata, come il cameo della vigilessa Morgana di Dove ho messo la Golf? Ohi, just my two cents.
Le vicende umane che più mi piacciono sono quelle di Lungimiranza, anche se questo ammiccare e fare/non fare nomi ha un po' rotto le palle (ieri i Julie's Haircut, oggi Capossela e Ligabue), con quel Il partito non risulta pervenuto che è una chiusura bella tosta e paradigmatica, poi ovviamente la magistrale Cioccolato I.A.C.P. (già proposta nei concerti passati) che dopo Kappler conferma la bontà e la carica quasi neorealista dell'immaginario e del vissuto del Collini infante: forse l'unico pezzo al livello di quelli dell'esordio. Come già in Socialismo Tascabile, la chiusura lascia l'amaro come un Mon Cherì: allora si trattava di un rapporto che finiva tra divisioni e lacerazioni, qui c'è Venti minuti e un dualismo padre/figlio talmente forte da determinare effetti deteriori anche dopo la morte del vecchio. Groppo in gola, davvero. Carina anche l'opening Superchiome, figlia diretta dell'ironia anti-indie di Tono metallico standard che resta il vertice lirico insuperato degli ODP. Ma insomma, niente di che.
Veniamo al live di venerdì scorso. Afflusso davvero notevole anche in un locale così dispersivo, chissà quanto c'entri l'ingresso gratuito e non lo status di culto ormai pienamente (e meritatamente, daje) conseguito. Gli Offlaga Disco Pax tentano di mantenere anche a quattr'occhi il tono più autorevole di Bachelite: ci sono sempre i gadget da tirare al pubblico collocati lì in un angolo, ma stavolta niente Cinnamon e solo lanci di Tatranky. Max a volte sembra sforzarsi di cantare anziché declamare i suoi testi, ha un forte mal di gola ed appare debilitato davvero, addirittura provato durante i brani nei quali maggiore è il suo coinvolgimento emotivo (Venti minuti e Cioccolato I.A.C.P.). La cosa diversa rispetto agli altri concerti visti è che i nuovi brani, seppur già noti alle prime file, non si prestano ad operazioni di “tormentonaggio” come quelli di Socialismo Tascabile: da una parte meglio, non se ne poteva più di vedere volenterosi omini alzare sei dita delle mani durante il finale di Robespierre oppure gridare “la fabbrica” o “ha la faccia come il culo” rigorosamente due secondi buoni prima che lo cantasse Collini. Il top del comico è senza dubbio l'ostentazione dei cd trash anni '80 durante Tatranky. Avvistate molte coppiette, ne avevo una dietro con lui che spiegava ad una lei abbastanza annoiata tutti i passaggi e le citazioni delle canzoni. Mi è mancata Piccola Pietroburgo. Non mi è mancata De Fonseca, ma solo perché visto il momento mi sarei ammazzato in mezzo all'uditorio. Mi è molto molto mancata la fulminante battuta: “laggiù c'è il banchetto con i nostri cd in vendita, chi non li compra sei mesi di rieducazione in Cambogia”.
Insomma, gli Offlaga Disco Pax al di là delle facezie del frontman e di una sezione ritmica che anche dal vivo è apparsa più presente delle altre volte non è una band da palco. Ci si va per affetto e riconoscenza, per fare la bella figura con la compagnia o con la ragazzetta, non per altri motivi. La loro proposta musicale è particolare e difficilmente trasferibile nell'impatto visivo, si sa: richiede un ascolto attento e concentrato e non si nutre di agganci come può essere un assolo, la dialettica tra i componenti del gruppo e il pubblico, un suono d'impatto o le altre caratteristiche che possono rendere un gruppo non tanto convincente su disco ma grande in un concerto. Qui è più il contrario, anzi se non gli stai dietro rischi anche di annoiarti.
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Per i simpatici tre ceffi visti la serata seguente e che potete ammirare qui sopra in tutta la loro tribalità, questo discorso va declinato in maniera opposta, essendo uno di quei gruppi che nella dimensione del palco letteralmente esplode. E' stata la mia seconda volta al cospetto dei Black Dice e, come quell'altra, l'impressione ricavata è stata fortissima. Un'onda anomala, un treno sbattuto in faccia, in poche parole un'Esperienza. I tre scombinati newyorchesi stanno portando in giro Load Blown, approdo della loro discografia uscito nel 2007 e da queste parti piaciuto decisamente meno dell'essenziale trittico Beaches and Canyons/Creature Comforts/Broken Ear Record.
Comunque, al di là di questo, minchia che roba. Senza pause, senza prendere fiato, senza bis, i Black Dice hanno suonato tutto l'album per un'ora e spicci circa, riuscendo a buttare addosso ai nostri esoscheletri sia un flusso elettronico di prim'ordine che tutti gli estenuanti campionamenti e i rumorini presenti in Load Blown. Loro interpretano la loro missione concertistica così, replicando la tracklist dell'ultimo album che ha visto la luce. Quindi, se siete appassionati dei Black Dice, un gruppo che comunque è riuscito a ritagliarsi un seguito più corposo della semplice nicchia di invasati e che se non ricordo male è distribuito da una major (ubi major minor cessat), e vi piace particolarmente un pezzo contenuto in un vecchio cd sappiate che per quanti concerti riuscirete a vedere non lo ascolterete MAI. E' affascinante 'sta cosa, il messaggio è che devi stare sempre al passo coi tempi. Ma a parte queste stronzate, la cosa davvero pazzesca dei Black Dice versione live è la loro potenza, un'ancestrale fisicità aumentata rispetto all'altra volta per il fatto che rispetto ai suoi predecessori più psichedelici LB trita - soprattutto nella prima parte - suoni virati verso l'industrial (sì, è stata dura). Sono vestiti in maniera semplice, col tipo dai capelli lunghi che è il sosia sputato del pocho Ezechiele Lavezzi, si piazzano davanti ai laptop con alle loro spalle una parata militare di amplificatori che ahimè non ha reso perfetto il godimento neuronale delle immancabili evoluzioni grafiche proiettate a mo' di dissolvenza in fondo alla sala, una roba che se fatta bene in combutta con quello che ti viene addosso e sei costretto ad ascoltare ti fa il cervello. Rispetto a quanto ricordo della suddetta altra volta, mi pare che in quest'occasione maggiore sia stato il lavorio di chitarra e delle pedaliere, per un concerto più nervoso e aspro che non flusso flippato, mentre è stata ancora uno spettacolo nello spettacolo la danza sinistra-destra, da sciamano della giungla che suona jungle, del simil-Lavezzi, il quale si è anche dilettato a lanciare urla neanderthaliane al microfono. Davvero grandiosi.
Ha aperto la serata la polistrumentista islandese Kria Brekkan, della quale nonostante proponesse una versione elfica dell'uh-quanto-sono-Cocorosie-con-questi-strumentini-giocattolo mi sono istantaneamente innamorato. Bellissima quanto inascoltabile e buffa, per metà Black Dice stava a un metro e mezzo da me (in mezzo, il suo ragazzo, che girando su Wikipedia ho in realtà appreso essere il marito nonché un componente degli Animal Collective: argh), poi sono stato inghiottito/ipnotizzato dalla botta elettronica e in quelle condizioni psicofisiche non sono più riuscito a farle gli occhi dolci.